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pompei

Le origini

Pompei fu edificata su un altopiano ad un'altezza media di circa 30 m . sul livello del mare, formato da una colata lavica preistorica. Posta alla foce del fiume Sarno (a quel tempo navigabile), la città era destinata a diventare il porto dei centri campani privi di uno sbocco sul mare.Il nome può derivare dall'osco pompe (cinque), quasi ad indicare una riunione di cinque villaggi, oppure dal greco pempo che significa “spedire”, a sottolineare il fatto che era un importante porto commerciale in grado di rifornire soprattutto di prodotti agricoli (olio e vino) diversi scali del Mediterraneo. Molto presto Pompei avvertì l'influenza di due popolazioni di civiltà superiore, stabilite in Campania sin dal VII sec. a.C.: i Greci di Cuma e gli Etruschi di Capua. Questi ultimi succedettero ai Greci tra il 530 e il 474 a .C. quando si spinsero anche sulla costa, occupandola, e diventarono una grande potenza del Mediterraneo. I Greci, debellati nuovamente gli Etruschi con l'aiuto dei Siracusani, tennero Pompei fino al 438, quando alcune popolazioni sannitiche appartenenti allo stesso ceppo degli antichi Osci invasero tutta la Campania . Risale a questo periodo l'espansione della città da 9,3 a 63,5 ettari di territorio, estendendosi così su tutto il costone lavico.Nel IV sec. a.C. le popolazioni sannitiche che vivevano sui monti dell'Appennino effettuarono nuove invasioni a discapito degli stessi Sanniti , ormai totalmente urbanizzati, della pianura e della costa. Questi per l'occasione (intorno al 300) furono costretti a ristrutturare le mura urbane in calcare del Sarno. Anche Roma , chiamata in aiuto dai Sanniti di Capua, prese parte a questi avvenimenti (guerre sannitiche: 343 – 290 a .C.), uscendone vittoriosa e divenendo così padrona assoluta di tutto il territorio campano. Pompei ricavò da questa situazione una notevole spinta positiva nel commercio e nell'arte. Risale infatti a questo periodo l'impiego massiccio del tufo di Nocera, soprattutto per gli edifici pubblici che furono in parte ristrutturati, in parte costruiti ex – novo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Urbanistica

Oggi sappiamo che Pompei, al tempo dell'eruzione, si estendeva su quasi 64 ettari e la sua popolazione era di circa 20.000 persone. La planimetria della città dalla regolarità geometrica derivava fondamentalmente dall'urbanista greco Ippodamo di Mileto, anche se non si conformava pienamente alla sua rigida disposizione. Tuttavia Pompei costituisce il primo esempio di pianificazione urbana sistematica in Italia. Architetti, progettisti e costruttori ebbero il loro momento più felice al tempo di Nerone, come conseguenza del terremoto del 62 d.C. Infatti, durante gli ultimi diciassette anni della vita della città, essi furono chiamati, non solo ad ampliare la zona di Pompei, ma anche a ricostruire i numerosi edifici che il terremoto aveva distrutto o danneggiato. Oggi, il visitatore della città dissepolta, scopre con sorpresa, come fossero anguste la maggior parte delle strade dell'epoca, generalmente da i 2,4 metri fino a arrivare ai 7 metri . In molti incroci si incontrano delle fontane decorate con pietre scolpite sormontanti la vasca rettangolare di pietra. Le fontane, come pure numerosi edifici, erano alimentate da tubazioni di piombo disposte sotto i marciapiedi e che prendevano l'acqua da un acquedotto che cominciava da Serino, nei pressi dell'odierna Avellino, a 26 chilometri nell'entroterra. Ma ciò che affascina della città di Pompei e la rende, dal punto di vista storico ed artistico, un luogo unico al mondo, è la possibilità di poter ricostruire, passo dopo passo, lungo le vie lastricate di basalto lavico, la vita quotidiana degli abitanti di una città, che un evento catastrofico come l'eruzione  del Vesuvio, ha reso immortale.

 

L'Arte

Dal punto di vista artistico le case erano dominate da affreschi che costituivano l'aspetto più straordinario di Pompei. Tradizionalmente alle pitture della città sono stati assegnati quattro stili diversi, definiti "primo, secondo, terzo e quarto stile pompeiano", anche se oggi si pensa che tale suddivisione sia ampiamente inadeguata a rappresentare la varietà delle tecniche pittoriche. Infatti la molteplicità di stili nella decorazione pittorica che rivestiva le pareti delle case pompeiane è evidente e va dalla sobria ripartizione in riquadri colorati, a scenari architettonici, talora semplici e talora molto complessi, fino alla visione di prospettive assolutamente fantastiche, alle scene figurate e alla ornamentazione pura. La tecnica utilizzata per realizzare gli affreschi consisteva nell'applicare al muro due o tre strati ben fatti di intonaco calcareo, mescolato con sabbia e calcite. Quindi si dipingeva prima il fondo e si lasciava asciugare. Quando il tutto si era ben essiccato, si procedeva con la tecnica dell' encausto . Naturalmente i pigmenti usati erano costituiti soprattutto da terre colorate come le ocre, da tinte minerali come il carbonato di rame e infine, da tinte di origine vegetale e animale. Mirabili esempi sono rappresentati dagli affreschi della Casa dei Vettii, tra cui spiccano gli Amorini che documentano le varie attività artigianali; dalla splendida Venere in conchiglia della Casa di Venere o dal misterioso ciclo di affreschi della Villa dei Misteri, dedicato al culto di Dionisio, di 3 m . x 17, che costituisce una delle più grandiose raffigurazioni pittoriche dell'antichità. E poi che dire dell'arte della scultura in bronzo che ha un suo celebre esempio nel Fauno danzante dell'omonima Casa, dell'amore per il vasellame e dell'argenteria confermata dal ritrovamento di ben 115 pezzi d'argento nella Casa di Menandro. I mosaici completavano mirabilmente la decorazione delle case: dai più semplici in coccio pesto, ai tasselli in bianco nero con motivi geometrici come il Cave canem della Casa del poeta tragico, alle vere e proprie opere d'arte con la più  vasta gamma di tinte, come la Battaglia di Isso rinvenuta nella Casa del Fauno e oggi al Museo Nazionale di Napoli, che ritrae Alessandro Magno contro Dario.

 

La storia degli scavi

All'eruzione del 79 d.C. , che seppellì interamente la città, circa altre settanta ne sono seguite, fino a quella recente del 1944 . La configurazione della montagna, durante la grande eruzione, si modificò; dal monte Somma , spaccandosi, nacque il monte Vesuvio che, con le successive eruzioni, vide triplicarsi la grandezza del cratere. Per secoli di Pompei non si seppe più nulla, se ne era persa persino l'ubicazione. I primi indizi dei futuri ritrovamenti si ebbero nel 1628 : durante alcuni lavori condotti nella valle del Sarno , emersero dei ruderi che incuriosirono gli scienziati dell'epoca. Ma fu oltre un secolo dopo che iniziarono ad Ercolano , e circa dieci anni più tardi a Pompei, gli scavi regolari voluti da Carlo III di Borbone , re delle Due Sicilie. A Pompei i lavori iniziarono intorno al 1748 , nella zona della Civita , che allora si riteneva fosse Stabia , alternandosi a soste dovute ad altri ritrovamenti ad Ercolano , e proseguendo per lo più senza un piano determinato e senza un preciso metodo, effettuati da prigionieri alla catena e da ragazzi in tenera età. La documentazione si limitava alla riproduzione grafica degli oggetti scavati, senza alcun interesse per i dati di scavo.La ricerca era mirata solo al reperimento di materiale per i musei o per decorare i palazzi reali, mentre gli edifici scavati, una volta spogliati delle opere d'arte, venivano lasciati senza alcuna cura alle intemperie.Con lo scoppio della rivoluzione in Francia iniziarono anche a Napoli i primi moti rivoluzionari e l'attività degli scavi diminuì sensibilmente e solo con Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat dopo, ripresero con maggiore ampiezza e con maggiore impiego di manodopera.  Si tentò di individuare il perimetro dell'intera città per conoscerne l'estensione, e l'interesse si spostò dal mero recupero di oggetti preziosi alla conoscenza dell'architettura e dell'urbanistica.Con la nascita del Regno d'Italia , nel 1861 , i Savoia dimostrarono subito di non sottovalutare il prestigio derivante dai ritrovamenti pompeiani. Per volere del nuovo re vennero iniziati scavi sistematici: fu nominato alla direzione Giuseppe Fiorelli , professore di archeologia all'Università di Napoli dal 1860 al 1863, quindi direttore generale delle Antichità e Belle Arti del Regno d'Italia, che divise la città in regioni e isole numerando tutte le case, sistema in uso ancora oggi.Il Fiorelli adottò un metodo scientifico, con giornale di scavo, rilevamenti, schedatura degli oggetti, e impiegò oltre cinquecento operai nel lavoro. A lui si deve l'invenzione del metodo di riempire con gesso i vuoti lasciati dalle vittime nel banco di cenere indurita, che fornisce una specie di matrice da cui si ricavano le impronte dei corpi colti nel momento stesso della morte, con effetti drammatici di notevole intensità.  Anche il sistema di portare via tutti gli oggetti dall'area di scavo venne abbandonato: le pitture e i mosaici furono in maggioranza lasciati sul posto; le case scavate vennero ricoperte con tetti che riproducevano la disposizione antica e costituivano un riparo contro il degrado.Gli anni che seguirono furono i migliori: si allargano le ricerche verso est e verso la Porta di Nola , vengono riportate alla luce numerose case, di cui si consolidano le strutture e si restaurano le pitture sul luogo. Dal 1924 al 1961 la direzione delle ricerche è affidata a Amedeo Maiuri alla cui figura è legato l'approfondimento storico della città; egli, per primo, vuole conoscere le fasi precedenti della città, approfondendo l'esplorazione agli strati più antichi nelle zone più vitali, quali il Foro , i templi, le mura.Nell'ultimo trentennio è andata alternandosi ad una modesta esplorazione l'attività di conservazione e di salvaguardia, di primaria importanza per questo luogo unico al mondo.